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martedì 12 dicembre 2017
pubblicata da 5 anni, il 26 luglio 2012 (giovedì) alle 12:00

Tutti i dati analitici sul "Rossini Opera Festival nell'economia pesarese"

Categoria: Cultura

Presentato lo studio “Il Rossini Opera Festival nell'economia pesarese”, a cura dei professori Giorgio Calcagnini e Francesca Maria Cesaroni della facoltà di Economia dell'Università di Urbino. Presenti il sindaco Luca Ceriscioli, il presidente della Camera di Commercio Alberto Drudi, il rettore dell'Università di Urbino Stefano Pivato e il sovrintendente del Rof Gianfranco Mariotti.

www.rossinioperafestival.it

PESARO - L’economia della cultura è materia di studio, analisi e ricerca tutto sommato recente. Al 1991 risale la fondazione di “Economia della cultura”, Rivista della associazione per l’economia della cultura, che ha dato origini a una ampia serie di studi di settore. Più di recente, nel 2006, la Commissione Europea ha pubblicato una vasta indagine (L’economia della cultura in Europa) che a tutt’oggi costituisce un punto di riferimento. Certo a qualche anno di distanza da quel rapporto i dati andrebbero aggiornati. Ma le cifre sono comunque stupefacenti se indicano che, nel 2003, il fatturato dell’industria “creativa” ammontava a più di 654 miliardi di euro: ben più del doppio dell’intera industria automobilistica (271 miliardi).

Ma da quella indagine emergevano anche alcuni casi esemplari. A cominciare da quello della Spagna che rappresenta, anche oggi in tempi di crisi, il paese che più di ogni altro in Europa ha dirottato i flussi turistici internazionali, messi in crisi dalla concorrenza delle spiagge europee, verso il turismo culturale. Il Museo Guggenheim di Bilbao è al proposito un emblema: il “caso” di una realtà che trasforma in pochi anni una città industriale appassita in un centro culturale famoso nel mondo. L’esempio di Bilbao è stato più recentemente replicato, con le opportune variazioni, anche in altre città spagnole. A cominciare da Valencia.

L’Italia, è noto, rappresenta un caso unico al mondo giacché secondo l’ultimo aggiornamento effettuato nella riunione del Comitato per il Patrimonio dell’Umanità (istituito dall’Unesco), il 30 giugno 2009, in una lista composta da un totale di 890 siti (di cui 689 beni culturali, 176 naturali e 25 misti) presenti in 148 nazioni del mondo, l’Italia è il paese a detenere il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità (45), seguita dalla Spagna (41) e dalla Cina (39).

Il che vuol dire che, almeno potenzialmente, il nostro paese è in grado di riconvertire i flussi turistici verso la cosiddetta economia “creativa”. Certo gli esempi non mancano. Ma sono rari rispetto al patrimonio culturale esistente. Il caso più emblematico è forse rappresentato da Torino, città progressivamente orfana della Fiat, che ha trasformato l’attrattiva della città proprio attraverso l’economia “creativa”. Prima il Salone del Libro, poi la trasformazione e la creazione di musei come quello Egizio, il Museo del Cinema o la Reggia Venaria hanno creato una attenzione del tutto inedita nell’ex-capitale della industrializzazione italiana. Offrendo in definitiva un modello che dimostra con quali risultati la cultura può non solo creare nuove identità messe in crisi dalle trasformazioni economiche ma anche attrarre flussi turistici.

In questa cornice si inserisce l’interessante ricerca di Giorgio Calcagnini e Francesca Cesaroni volta a misurare l’incidenza economica di una realtà particolare come è quella del Rossini Opera Festival. L’indagine mostra come la manifestazione ha contribuito non solo al rafforzamento della identità cittadina ma alla sua immagine sul piano internazionale. Valorizzando nel contempo l’offerta turistica di Pesaro che grazie all’iniziativa dedicata a Rossini si è arricchita e diversificata. L’indagine si sofferma con dovizia di particolari non solo sui flussi del pubblico ma anche su dati che riguardano l’indotto, l’occupazione e tutto ciò che ruota attorno alla “macchina” del Festival.

È vero, esempi “virtuosi” di economia creativa in Italia non mancano, spesso però slittano, per usare le parole di Salvatore Settis, verso forme di “spettacolarizzazione” che orientano “l’attenzione soltanto su operazioni di immagine”. E sono forme dalle quali si è tenuto ben lontano fin dall’origine il Rossini Opera Festival. Una manifestazione che nulla ha a che spartire con le varie mostre d’arte prêt-à-porter riempite a forza da orde di scolaresche disinteressate. E che creano quelle mode in carta patinata in grado di suscitare appuntamenti in cui è obbligo esserci a tutti i costi.

Già, perché uno dei problemi dell’economia creativa è certo quello di suscitare flussi turistici, di rivitalizzare economie in crisi o di crearne delle nuove. Ma è anche quello “di fare cultura”. E da questo punto di vista l’indagine di Calcagnini e Cesaroni, condotta sotto il profilo rigorosamente economico, ci offre uno spunto singolare. È noto come la più elevata percentuale dei visitatori delle opere d’arte e dei musei del nostro paese è fornita da stranieri (58%), contro appena il 42% degli italiani. Francesi, inglesi, tedeschi, americani e giapponesi sembrano costituire, ben più del pubblico italiano, una sorta di certificazione di qualità del nostro patrimonio artistico. Come, per l’appunto, per il Rossini Opera Festival dove il pubblico straniero prevale su quello nostrano.

In definitiva un esemplare caso di studio di quella economia “creativa” oggi al centro della attenzione di economisti, amministratori e operatori nel tentativo di ridisegnare le mappe dei flussi turistici e culturali.

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Testo tratto dalla presentazione del volume - a firma del rettore dell'Università di Urbino Stefano Pivato - scaricabile qui sotto in pdf.

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Altre info sull'edizione 2012 del Rof nel sito www.rossinioperafestival.it

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